Chiacchieravamo sulla panchina al parco vicino alla fermata della metropolitana, quei tardi pomeriggi autunnali in cui anche se c’è ancora luce si può già vedere la luna.
Ho fatto finta di niente ma la luna è caduta. E’ scesa veloce un po’ meno di una stella cadente. E’ scesa giù e io ho fatto finta di niente. Ma quando mi sono girata verso la mia amica, lei aveva gli occhi sbarrati dalla paura. Hai visto? cos’è stato?
Forse è il caso di andarcene e prendiamo le borse a tracolla e camminiamo verso la fermata della metro e penso che se la luna cade il sole non smette di brillare, penso che la vita può continuare lo stesso ma senza maree il mondo è meno divertente e mentre penso a tutto questo uno strano velivolo ci passa sulla testa, poco al di sotto delle nuvole.
Ed è bianco e lungo e mi ricorda vagamente il millenium falcon solo che questo è lungo, un incrocio tra un millenium falcon e un hot dog.
E a quel punto so che c’è qualcosa di strano e sulla macchina che mi porta a casa di mia madre l’autoradio annuncia l’invasione di questi esseri dal cervello piccolo. E riesco quasi a scorgerne uno tra le fronde degli alberi.
E casa di mia madre è una villetta a schiera come quelle di Brooklyn, va tutto bene, mi dice, c’è l’invasione ma sono innocui, te li ritrovi in giro per casa ma basta parlargli dolcemente e accarezzargli una guancia. Però al suono del campanello sobbalziamo. E Fabio dall’altra parte della porta ci chiede se va tutto bene, perchè lui li ha visti in strada, sembrano zombie, camminano come lobotomizzati ed è venuto a vedere se va tutto bene. E riesco solo a pensare che è strano essere a casa di mia madre, che c’è voluto un attacco alieno per farmi tornare a casa ma Fabio non dovrebbe essere qui, dovrebbe essere in giro a suonare e ho una strana sensazione di inquietudine, qualche pezzo della storia che non riesco a mettere al posto giusto. E fuori dalla finestra le strade sono ormai invase e in qualche modo so che da questo giorno la nostra vita non sarà più la stessa.
Credevamo che l’avventura ci avesse lasciato solo foto e ricordi e invece ci ha segnato di più. Segni. Simboli di un qualcosa che esce come profumato incenso da un tempio che mi fa capire che è il giorno giusto. Distruggiamo il tabu delle chiacchiere che non si possono fare. il terremoto sconvolge la terra dalle radici in un lento processo di consapevolezza. Di come cambia il modo di vedere le cose. Di come ci si ritrova dall’altro lato dello specchio. Con le compagnie telefoniche che si arricchiscono dei miei errori. Dimentico le paranoie nell’unico momento in cui avrei bisogno di paranoie.
E Parigi sorride sotto i baffi del tesoro che ho perduto.
E Parigi gioca con la pioggia e prende per il culo.
Il primo volo sulle nuvole ha il sapore di crêpes al cioccolato, ha il sapore di escargot al burro e di sushi. Lost in translation e i sexy shop di pigalle.
Le alghe disegnano un motivo, ciò che è stato nero su bianco. disillusione?
Parigi mi sfila davanti agli occhi sonnacchiosa dal 62 mentre il sole sorge piano e le épicerie iniziano a sistemare la frutta nelle cassette fuori dalla porta.
Invecchio marchiandomi per abbellire in senso estetico il fatto che un nuovo anno sia passato. Una creatura d’acciaio di cui prendermi cura.
So and so.
Le pagine dell’agenda di hello kitty sono piene di scritte colorate e vorrei dormire almeno un paio di giorni.
E una tessera mi obbliga a diventare cinefila, borsa piena di biscotti e haribo ai puffi, un proiettore di un multisala che si rompe.
Le soirées filles, i vernissage, gli apero. L’autunno freddo. Il piumone. E non so come sistemare i mobili della mia camera.
Mamma, ti ricordi il garage del nonno? Polveroso e pieno di arnesi arrugginiti, incasinato e piano di magia, in cui rischiavi il tetano solo avvicinandoti agli attrezzi ma talmente pieno di cose da scoprire, che non riuscivi a resistere alla tentazione di “ravanare” in mezzo agli oggetti? Ecco, l’India è così.
I capannoni ai bordi delle strade ricordano esattamente l’atmosfera di quei garage e gli uomini portano tutti camicie chiare e pantaloni beige, grossi baffoni e capelli neri, mi ricordano mio padre negli anni ottanta. Capisci di non aver fatto un viaggio nel tempo solo quando dal taschino della camicia tirano fuori un cellulare di ultima tecnologia per farti foto di nascosto. Perchè è così: l’occidentale, soprattutto donna, è un animale bizzarro, da osservare meravigliato, da fotografare di nascosto sgomitanto l’amico per convincerlo ad avere la faccia tosta di andare a chiedere l’autorizzazione per una foto insieme.
Dicono che l’India ti cambi il modo di vedere la vita. Mi sono chiesta perchè. Me lo sono chiesta i primi giorni quando, tra paesaggi bellissimi del Kerala, bevendo latte di cocco dalla noce su una houseboat che ci ha portato in giro per la palude, tra donne che lavano i loro vestiti in sari a mollo nel fiume e uomini in gonnellino tipico, tra zone palustri e tanto verde, tra massaggi ayurvedici unta di olio profumato, passeggiando per la giungla sul dorso di un elefante e ascoltando lezioni sulle spezie, scoprendo che la cannella è una corteccia e che il pepe cambia colore in base al momento della raccolta, non riuscivo a capire perchè questo paese dovesse in qualche modo aprire gli occhi.
E poi la consapevolezza è arrivata da sè nel ritorno al nord. Un viaggio alla ricerca di noi stesse passando dal Rajastan all’Uttar Pradesh, tra gli haveli di Mandawa, guardando i paesaggi dal forte, tra le bancarelle del mercatino di Jaipur, facendomi decorare le mani di henné, attraverso le finestrelle del palazzo del vento dove le donne potevano osservare il mondo senza essere viste, attaccando fili rossi ai trafori dei marmi della moschea di Fatehpur Sikri e sentendoci piccole piccole davanti ad un meraviglioso Taj Mahal.
E’ arrivata osservando la gente, povera perchè tanta è la miseria, ma sempre colorata e con una dignità che ti fa sentire piccolo, è arrivata dagli occhi della gente che ti guarda passare e ti fa sorrisi enormi, che ti insegue per strada per chiederti da dove vieni, perchè ogni volta che nomini l’Italia qualcuno ti ricorda che sonia Gandhi è italiana.
E’ arrivata davanti alla tomba di Gandhi, è arrivata mangiando naan al burro, mangiando patate al curry e panir masala nelle peggiori bettole da camionisti, girando in tuktuk e negoziando i prezzi delle corse, sorridendo ad ogni “sorry ma’am” e chiedendoci se la loro tecnica del volerti portare ad ogni costo nel loro negozio funziona davvero su qualche turista.
E’ arrivata, soprattutto, passeggiando per le strade di Delhi, polverosa e sporca. Delhi trafficata, sulle cui strade regna l’anarchia, la guida a sinistra è solo una regola che ci si è dati, in realà ognuno va dove vuole mescolandosi nel traffico tra i rumori dei clacson, sfiorando le altre macchine, evitando le mucche, sacre, che hanno la precedenza su tutto. Delhi contraddittoria nel suo essere capitale, Delhi all’odore di spezie e di incenso e di merda, cannella e zenzero, pepe e curry, cumino e cardamomo. Una mescolanza di colori tra baraccopoli dietro le quali spuntano templi, musica che si diffonde nell’aria e divinità multisfaccettate e sbriluccicose. Una religione che è più una filosofia di vita e Ganesha, figlio di Shiva e Parvati, dio dalla faccia di elefante, che ci osserva camminare scalze sorridendo mentre fuori maiali e scimmie rovistano tra l’immondizia.
Arriva nel momento in cui ti rendi conto di quelle piccole cose che dai per scontate nella vita di tutti i giorni e alle quali non dai importanza fino a quando non ti accorgi che non ci sono più, uno stupido marciapiede che ti consente di evitare di camminare in mezzo a fango e immondizia per evitare di venire investito, l’idea che siamo artefici della nostra vita e non seguiamo un destino imposto dall’appartenenza ad una casta, dal fatto che possiamo innamorarci senza che sia nostro padre a decidere della nostra vita di coppia. Bolliwood ti mostra un’India di colori con una sua morale che attraverso balli e canzoni ammiccanti ti ricorda che nonostante tutto la vita è allegra e che è sempre possibile incontrare inaspettatamente uomini belli come Shahrukh Khan, così, per caso.
L’india, con le sue contraddizioni, con la sua magia. Puoi amarla. Puoi odiarla. Di solito contemporaneamente, in un mix inconsistente di sentimenti contrastanti. Ma non può lasciare indifferenti, in un modo o nell’altro questo paese ti entra dentro e ti segna la vita e non ci puoi fare nulla.

Ieri sono scesa in strada verso mezzanotte. Il ristorante indiano sotto casa mia era chiuso. Ma c’era una luce dentro e un signore coi capelli bianchi, di schiena, in un angolo, suonava una chitarra. Solo. Sono stata cinque minuti a guardarlo attraverso il vetro del ristorante. Ipnotizzata.
Tra 48 ore sarò sul volo che mi porta a quelle terre, la valigia sul letto non è quella di un lungo viaggio dato che staremo poco e con peso limitato dai voli interni, meglio viaggiare leggere e non rischiare che ci perdano bagagli imbarcati. E allora faccio una lista, come non facevo da tanto tempo, e ci segno che magliette prendere, cosa ricordarmi, la moleskine e la colla. E penso a tutti gli avvenimenti che si sono incastrati come un puzzle e leggevo Terzani quando Vale mi ha detto voglio andare a Delhi e sento di nuovo quella sensazione alla bocca dello stomaco come anni fa prima di NewYork. Tra rupie e zanzare. Alla ricerca di un pezzo della mia anima che non riesco a ritrovare. E che, forse, non voglio ritrovare..
Due birre alla scoperta di un locale a chatelet con l’affiche degli ogres de barback e tetes raides che già da soli fan prendere mille punti. Scena cinematografica in mezzo all’incrocio di rambuteau e normalmente odio i parigini che in metro fanno così. Il velib di notte. L’ansia da chissà. Apero coi colleghi e serata a casa di Cami e la 18 fino a olympiade. La pasta coi porri perchè i porri sono la nuova droga del millennio. Le medicine per l’india e la valigia da 8 kg. Ho, stranamente, comprato una borsa. Ma è di muji ed è fatta riciclando una maglia. Battle Royale di Fukasaku con Kitano che recita. Le francia che si dimostra più avanti dell’italia nelle piccole cose. Le ragazze di couchsurfing e il mercato delle pulci. Xbox e cibo cinese. E, forse, bisogna cercare un casco.
Tornata improvvisamente indietro di dieci anni e forse un po’ di più.
Goccia su goccia. L’effetto serra sarà la nostra prigione. Lo senti il perchè di cortili bagnati?
..di lettere ormai non spedite..
Mentre la vespa sbatte contro al vetro.
Je veux pas couper les ponts juste m’en éloigner faut bien que les gens puissent traverser
Allora questo weekend non parti? Ci vediamo a pranzo alla fontana di Saint. Michel?
Et comme ça on pourrait encore si tu veux bien se croiser
Disorganizzazione dell’anima a pochi giorni dal rimettere in discussione il mio essere. Thank you india.
Tacchi a spillo per sentirmi più all’altezza.
Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male?
Bisogno di vomitare tutte le parole che mi girano per la testa in ricordi vorticosi che mi riportano a quel periodo della mia vita in cui la tristezza mi faceva scrivere troppo bene e solo dopo quattro anni ti ho detto sai stavo male ma a livello scrittura è stato il periodo più prolifico della mia vita.
E ora sono qui e Parigi mi sembra troppo grande ea volte mi sento un po’ sola [lo senti il blues dopo una notte folle?]
E torna alla mente mentre giochiamo ai commenti zozzi quel tempo in cui bastava un colpo di telefono e birra e assenzio e lucidità che se ne va a puttane mentre stesi sulle scalinate di san Petronio in calde serate bolognesi con una cuffia a testa urlavamo thumbling down e ci chiedevamo in fondo cos’è l’amore e tu sciorinavi discorsi di statistiche che all’epoca persa ancora nel ricordo del recente dolore faticavo a condividere e che mi ritrovo ora a citare.
Ci si accontenta?
Similitudini con quel periodo in cui pensavo alla mia lista personale credendo di aver perso il meglio e mi preparavo per un viaggio oltreoceano come una sorta di rivincita ed era giardini Margherita tutti i mercoledì sera perchè il mercoledì era gratis e il mondo è una patatina e andiamo a vedere il piano della metro di Bologna che almeno c’è l’aria condizionata e del progetto non ricordo nulla e andiamo ben da Gianni.
Vorrei saperti sempre sorridente come quel giorno in cui non volevo tornare a casa perchè Valentina stava in camera col moroso. Vorrei saperti felice col cuore che batte forte.
E allora penso al bioritmo e alla ruota che gira e al fatto che ieri c’era il sole mentre alla sera la bufera si è scatenata su di noi e tra poche ore sarò a Pisa e niente di tutto ciò avrà senso e saranno solo chiacchiere e alcol e sarà la nostra complicità che sopravvive alla distanza far tardi nella notte e sapere che esistono cose nella vita che per quanto veniamo sballotati in situazioni e luoghi non cambieranno mai e ci riempiranno sempre il cuore di gioia.
«le monde n’est qu’un égout sans fond où les phoques les plus informes rampent et se tordent sur des montagnes de fange »
(acte 2 scène V)
Alfred de Musset (1810-1857)
Thomas mi saluta verso le cinque di venerdì sera chiedendomi allora cos’hai di previ sto questo weekend tu che non riesci mai a stare ferma. Niente, mi rilasso, ho fatto i vaccini, cercherò di dormire. Mi guarda e alza il sopracciglio, non ci credo, ne riparleremo la prossima settimana.
Alle sette botta di testa, chiamo Paola, il posto in tenda c’è, non ho un sacco a pelo ma sticazzi, ci stringeremo un po’. Dodici ore dopo sono sul treno direzione Avignone. Il tgv scivola veloce, settecento chilometri in poco più di tre ore e sono al sud e l’aria sa di estate e fa caldo e il cielo è azzurro come mai lo vediamo a Parigi e la città si gira da parte a parte in ventiminuti mentre corriamo da un teatro all’altro, beviamo pastis e mangiamo tapas. E penso che non avrei potuto fare scelta migliore e in 24 ore di vacanza stacco la testa e mi perdo in rappresentazioni e gente che balla e spettacoli e gente che suona per strada e il pont d’avignon e mi sveglio in tenda e guardo Ale davanti a un caffè lungo e gli dico c’è il sole cazzo e non arrivano nuvole improvvise a rovinare tutto e fa caldo e l’autostop per raggiungere la città dal campeggio e ragazzi anche io ero come voi anche io venivo ad Avignone per il festival e anche io facevo l’autostop. E penso che siano le piccole pazzie quelle che più di tutto ci fanno sorridere, le cose che succedono all’improvviso, senza organizzazione, senza far piani. Stravolgere i piani è una delle cose che mi riesce meglio.
- Vento in faccia,alzo le braccia
Pronto a ricevere il sole!
Anima in pace quando tutto tace
È la libertà che mi vuole! -







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