Sziget vuol dire isola

Da più di una settimana cerco di riordinare quella che è stata la settimana a Budapest senza aver voglia di metterla nero su bianco per paura di sminuirla. Un settimana poi, sì e no quattro giorni. Però magici.

Odiamo trenitalia già alla stazione di Bologna, ritardo dell’intercity di 15 minuti e poco tempo per il cambio a Monfalcone. L’omino del treno ci rassicura, salvo poi farci scendere a Venezia causa tromba d’aria in quel di San Donà di Piave. Padovani conosciuti sul binario, treno in ritardo di un’ora e mezza. Il treno è un festival di gente, la tipa ungherese che fa casino e chiede se può portarsi uomini in cuccetta, il fratello continua a parlarci in ungherese noncurante del nostro noncapiamounacippadiquellochedici, Angelo, finto siciliano, la ragazza americana in interail europeo da sola, i ragazzi che si fermano sul Balato, il Balato è come Rimini a Ferragosto, avete della birra da vendere, i poliziotti alla dogana, i poliziotti a qualsiasi ora che ti svegliano puntandoti la torcia in faccia, la campagna ungherese sembra la campagna ravennate.
E finalmente.
Con un’ora e mezza di ritardo.
Budapest.

Adoro gli euronotte anche per questo: arrivi, scendi dal treno e sei già completamente immerso nella realtà del luogo nuovo, respiri l’aria, vedi il traffico, le bancarelle di peperoni e i lavori in corso. In aereporto, per esempio, non capita. Non hai la magia.
La metro sembra uscita da un film vecchio stile, ferrosa e rumorosa, uno scheletro pubblicizza le pastiglie al calcio e la voce che annuncia le stazioni è incomprensibile alle nostre orecchie.
E come arriviamo ai cancelli iniziamo ad immergerci nell’atmosfera del festival, con gli zaini sulle spalle che iniziano a far male, con la voglia di montare la tenda in fretta, prendere una birra ed esplorare questo mondo parallelo, mix di culture e di vita.
E da qui è difficile da spiegare se non ci sei dentro, se non cammini per le stradine dell’isola incontrando gente vestita strana, esibizioni, giocolieri, artisti, bancarelle, se non ti esalti per la birra arany aszok a 390 fiorini, un euro e mezzo, se non senti in lontananza il tunztunz del mokka cuka a qualsiasi ora del giorno e della notte, sottofondo della colazione, se non ti viene voglia di un nescafé freddo nonostante in Italia lo eviteresti come la peste, se non vedi le bancarelle di kebab e ti viene l’acquolina, se non vedi le frittelle all’aglio e senti che ne vuoi una anche se il tuo stomaco sta cedendo, se entri in un toitoi, cesso chimico pulito raramente, perchè non restisti e devi assolutamente far pipì, salvo poi uscire perchè lì dentro non ci riesci a far pipì e devi trovare un container, se non ti perdi 10 minuti a naso in su a guardare quelli che fanno bungee jumping, se non ti esalti quando impari una nuova parola ungherese, in tre giorni abbiamo imparato köszönöm, szia e etterem e li abbiamo anche usati, se non ti capita di parlare 10 minuti con uno e ritrovarti con un appuntamento per l’anno prossimo, stesso posto stessa ora, e nemmeno sai come si chiama, se non sei felice di aver fatto ascoltare i KaiserChief alla tua amica che a fine lo considera uno dei migliori concerti del festival, se non ti ritrovi a mandarti mille messaggi per incontrarti e ti ritrovi al Converse quasi vuoto a sentire un concerto bellissimo e dopo poco sei attorniato da gente, se non hai voglia di vedere le terme di Budapest, ovviamente per la loro fama, ma anche, e soprattutto, per lavarti come si deve, se non ti fiondi alla tenda a picchettare meglio perchè hanno previsto tempesta, se non ti viene da sorridere a ogni persona che incontri e parli con gente da ogni parte del mondo, se non cerchi per tre giorni di entrare dentro ad una struttura gonfiabile ma per un motivo o per l’altro non ce la fai mai, se non arrivi presto a vedere Serj Tankian e ti ritrovi magicamente a vedere i REM dalla sesta fila, se non hai male ai polapcci dal tanto camminare e mille lividi perchè il materassino nello zaino pesava troppo e ti trovi a dormire sui sassi, se non ti giri a notare per Budapest ogni persona che ha il braccialetto del festival, se non fai la fila sul ponticello di ferro quando rientri dalla città e trovi i controllori che ti annusano la bottiglia d’acqua nella borsa, se non ti senti assolutamente ed inesorabilmente in un universo parallelo, fuori dal mondo..

Al ritorno decidiamo di partire dalla stazione secondaria, visto che il nostro biglietto sarebbe valido da lì, ma come usciamo dalla metro scopriamo che il tram è soppresso per lavori, giriamo su bus sconosciuti cercando senza speranza di comunicare con gli autisti che non capiscono una parola di quello che diciamo (in inglese, ovviamente) ma che ci sorridono fiduciosi parlando in ungherese senza curarsi delle nostre faccie sconvolte. Gli ungheresi sono gentili. Arriviamo a Kelenfold e sembra di stare in un vecchio film western, abbiamo speso gli ultimi fiorini per un sacchetto formato famiglia molto numerosa di salatini, ci sorprendiamo quando passa Angelo, il finto siciliano visto all’andata, prendiamo il treno sul binario diciannove dove passano tutti gli internazionali, ci sono quattro treni nel giro di 10 minuti, tutti puntualissimi. Sul treno incontriamo i padovani dell’andata, ma eravate davvero al festival? non ci siamo incontrati mai.. andiamo al vagone ristorante a fare la settimana enigmistica e a giocare a carte, le carte padovane sono incomprensibili e non si distinguono le spade dai bastoni, prendiamo il thè delle cinque per disintossicarci dalla birra. Decidiamo che è presto per disintossicarci dalla birra, all quarta lattina ci chiudono il vagone ristorante, le nostre cuccette son già montate e abbiamo voglia di chiacchiere, il controllore simpatico ci procura altra birra e ci lascia stare stesi nel corridoio della pria classe a fumare e parlare fino a notte fonda.

Alle 7, puntuali come non mai, siamo a Venezia, con già troppa nostalgia dei giorni appena trascorsi..

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