forse era giusto così

Prima di partire per Parigi, quattroannifa, mi sono bruciata il palmo della mano con il grill del forno.
Certa che sarebbe restata la cicatrice.
Nemmeno ricordavo l’evento. E’ tornato prepotente stasera, in un revival da lettere scritte con la stilografica rosa.
Non ci sono cicatrici, né sulla mano, né sul cuore che avevo avvolto nel cellophane e lasciato nella neve di una fredda Bologna.
I segni che non se ne vanno più, dicevo, mentre pensavo a quel luogo segreto dove indosso un vestito con le fragole, dove le bolle di sapone non esplodono e possiamo baciarci quando il semaforo è rosso.
E invece quel segno se n’è andato, dimenticato come abbiamo dimenticato le telefonate delle diciannoveetrenta.
Segno che, fondamentalmente, il tempo guarirà tutto (Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? direbbe Marion guardando il cielo sopra Berlino)
E ora cerchiamo nuovi giochi di parole per occupare le giornate, con un accento del nord verso new castle.
Sono scappata dalla famiglia inglese col pollice levato in una domenica mattina di strade deserte e programmo il futuro fino a fine duemilatredici e mi perdo a leggere mail del duemilanove.
Contraddizioni.
Shaun ha l’universo tatuato su un fianco e giochiamo facendo finta che io sia sua madre. Domani viaggeremo insieme per l’ultima volta.
Soltanto agli insetti e ai bambini è concesso di essere invisibili.

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