Thank you India..

Mamma, ti ricordi il garage del nonno? Polveroso e pieno di arnesi arrugginiti, incasinato e piano di magia, in cui rischiavi il tetano solo avvicinandoti agli attrezzi ma talmente pieno di cose da scoprire, che non riuscivi a resistere alla tentazione di “ravanare” in mezzo agli oggetti? Ecco, l’India è così.
I capannoni ai bordi delle strade ricordano esattamente l’atmosfera di quei garage e gli uomini portano tutti camicie chiare e pantaloni beige, grossi baffoni e capelli neri, mi ricordano mio padre negli anni ottanta. Capisci di non aver fatto un viaggio nel tempo solo quando dal taschino della camicia tirano fuori un cellulare di ultima tecnologia per farti foto di nascosto. Perchè è così: l’occidentale, soprattutto donna, è un animale bizzarro, da osservare meravigliato, da fotografare di nascosto sgomitanto l’amico per convincerlo ad avere la faccia tosta di andare a chiedere l’autorizzazione per una foto insieme.
Dicono che l’India ti cambi il modo di vedere la vita. Mi sono chiesta perchè. Me lo sono chiesta i primi giorni quando, tra paesaggi bellissimi del Kerala, bevendo latte di cocco dalla noce su una houseboat che ci ha portato in giro per la palude, tra donne che lavano i loro vestiti in sari a mollo nel fiume e uomini in gonnellino tipico, tra zone palustri e tanto verde,  tra massaggi ayurvedici unta di olio profumato, passeggiando per la giungla sul dorso di un elefante e ascoltando lezioni sulle spezie, scoprendo che la cannella è una corteccia e che il pepe cambia colore in base al momento della raccolta, non riuscivo a capire perchè questo paese dovesse in qualche modo aprire gli occhi.
E poi la consapevolezza è arrivata da sè nel ritorno al nord. Un viaggio alla ricerca di noi stesse passando dal Rajastan all’Uttar Pradesh, tra gli haveli di Mandawa, guardando i paesaggi dal forte,  tra le bancarelle del mercatino di Jaipur, facendomi decorare le mani di henné, attraverso le finestrelle del palazzo del vento dove le donne potevano osservare il mondo senza essere viste, attaccando fili rossi ai trafori dei marmi della moschea di Fatehpur Sikri e sentendoci piccole piccole davanti ad un meraviglioso Taj Mahal.
E’ arrivata osservando la gente, povera perchè tanta è la miseria, ma sempre colorata e con una dignità che ti fa sentire piccolo, è arrivata dagli occhi della gente che ti guarda passare e ti fa sorrisi enormi, che ti insegue per strada per chiederti da dove vieni, perchè ogni volta che nomini l’Italia qualcuno ti ricorda che sonia Gandhi è italiana.
E’ arrivata davanti alla tomba di Gandhi, è arrivata mangiando naan al burro, mangiando patate al curry e panir masala nelle peggiori bettole da camionisti, girando in tuktuk e negoziando i prezzi delle corse, sorridendo ad ogni “sorry ma’am” e chiedendoci se la loro tecnica del volerti portare ad ogni costo nel loro negozio funziona davvero su qualche turista.
E’ arrivata, soprattutto, passeggiando per le strade di Delhi, polverosa e sporca. Delhi trafficata, sulle cui strade regna l’anarchia, la guida a sinistra è solo una regola che ci si è dati, in realà ognuno va dove vuole mescolandosi nel traffico tra i rumori dei clacson, sfiorando le altre macchine, evitando le mucche, sacre, che hanno la precedenza su tutto. Delhi contraddittoria nel suo essere capitale, Delhi all’odore di spezie e di incenso e di merda, cannella e zenzero, pepe e curry, cumino e cardamomo. Una mescolanza di colori tra baraccopoli dietro le quali spuntano templi, musica che si diffonde nell’aria e divinità multisfaccettate e sbriluccicose. Una religione che è più una filosofia di vita e Ganesha, figlio di Shiva e Parvati, dio dalla faccia di elefante, che ci osserva camminare scalze sorridendo mentre fuori maiali e scimmie rovistano tra l’immondizia.
Arriva nel momento in cui ti rendi conto di quelle piccole cose che dai per scontate nella vita di tutti i giorni e alle quali non dai importanza fino a quando non ti accorgi che non ci sono più, uno stupido marciapiede che ti consente di evitare di camminare in mezzo a fango e immondizia per evitare di venire investito, l’idea che siamo artefici della nostra vita e non seguiamo un destino imposto dall’appartenenza ad una casta, dal fatto che possiamo innamorarci senza che sia nostro padre a decidere della nostra vita di coppia. Bolliwood ti mostra un’India di colori con una sua morale che attraverso balli e canzoni ammiccanti ti ricorda che nonostante tutto la vita è allegra e che è sempre possibile incontrare inaspettatamente uomini belli come Shahrukh Khan, così, per caso.
L’india, con le sue contraddizioni, con la sua magia. Puoi amarla. Puoi odiarla. Di solito contemporaneamente, in un mix inconsistente di sentimenti contrastanti. Ma non può lasciare indifferenti, in un modo o nell’altro questo paese ti entra dentro e ti segna la vita e non ci puoi fare nulla.

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