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“Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove.

La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.”

-un indovino mi disse- T.Terzani

“è brutto che debba sempre arrivare la fine”
“la fine” dissi io “è stata la parte più bella”
Nella fioca luce dell’alba la vidi scuotere la testa. “no” disse “la parte migliore è in qualche posto tra metà e la fine, ma il punto preciso lo scopriamo solo quando è tutto finito”

E così quello che si prevedeva come il volo della speranza si è in realtà rivelato uno dei voli più belli della mia vita. Un po’ a dimostrazione che qualsiasi previsione puo’ facilmente venire stravolta. Lasciamo una Bergamo sotto il diluvio, buia tetra e ci immergiamo lentamente nelle nuvole. Quando sbuchiamo timidamente, il cielo ha tutto un altro colore, una fantastica ora blu e un orizzonte rosso fuoco. E sotto di noi cumuli densi di nubi blu scure, cariche di pioggia, buchi che ogni tanto che fanno vedere città piene di luci già immerse nell’oscurità mentre poco sopra il cielo è una tavolozza. resto incantata col naso appoggiato al finestrino mentre la pioggia bergamasca piano piano congela in minuscoli cristalli sul vetro. E telefono. Per la prima volta in vita mia telefono mentre supero le alpi e compro un profumo al trentapercento di sconto.
E così la duna, il sottomarino e l’hanabi hanno riaperto e noi beviamo birra sgomitando in mezzo alla gente per passare, mangiando piadina e perdendoci con rete telefonica impazzita nemmeno fosse capodanno. Rivedo volti che incontro regolarmente in quei luoghi. Sono un po’ triste pensando che quest’estate mi mancherà troppo tutto ciò.
Ma quest’estate sarò in un posto magico alla ricerca di una parte di me.
E così in poco più di 48 ore ho lasciato Parigi e ci sono tornata, sentendo la strana sensazione già conosciuta di vivere in due mondi paralleli, notando continuamente la grande differenza tra i miei due mondi.
E così mi porto a casa un dolore squisito, une douleur exquise perchè qua la douleur è femminile. Quel dolore che fa sorridere malinconica. E mentre passo sopra le alpi col naso appoggiato al vetro. In quel momento. Alito sopra al vetro e traccio una faccina sorridente col polpastrello.

Forse è vero che solo agli insetti e ai bambini è concesso di essere invisibili. E piano piano sono arrivate le cinque. Mi alzo dal tavolino e me ne vado. On ne devrait jamais hésiter trop longtemps. E anche il modo in cui continua. Perchè in fondo lo so da sempre. Perchè le stelline si sono spente. Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate.
Perchè per sopravvivere a parigi bisogna stare attenti a non guardarsi troppo indietro. Bisogna correre nel corridoio della metro facendosi travolgere dalla gente senza guardare in faccia nessuno. Senza avere rimpianti. Senza avere rimorsi. Un aereo mi porterà su granelli di sabbia per poche ore con le piccole consuetudini di un’estate che non sentirò mia. Ci riabbracceremo forte e sarà come non fossi partita mai.
Ho spostato tre anni di vita su queste pagine. He riletto tre anni della mia vita senza respirare. Letto parole di prima che parigi fosse parigi per la prima volta. E mi ritrovo, ancora una volta, spaventata dalla ciclicità della mia vita.E ci sono persone che vorrei chiamare ed obbligarle a rivivere quei giorni attraverso le mie parole. Ti ricordi di quanto eravamo stupidi a ventiquattroanni? words are very unnecessary they can only do harm.

“This is our last embrace,/ must I dream and always see your face/ Why can’t we overcome this wall/ Baby, maybe it is just because I didn’t know you at all.”
Jeff Buckley “last goodbye”

Weekend di freddo e lunghe camminate con un ragazzo di quell’india che, per colpa o merito di Terzani e di Vale, non vedo l’ora di esplorare alla ricerca di un altro pezzo di me stessa. Di birre al parco sul canal st. martin, di vino e formaggi. B. stamattina mi guarda serio in ufficio e mi dice e tu l’hai trovato il significato della vita? e io seria quanto lui gli rispondo che lo sto cercando, se dovessi trovarlo glielo farò sapere.
Serata internazionale italofrancese con presenze colombiane ed algerine e guacamole e tortillas e scopro che se lasci il seme d’avocado nella guacamole non annerisce e dolcetti al miele e fiori d’arancio e ricerche di hammam magrebini. Casa mia non è mai stata così bella nella confusione di persone tra cucina e corridoio e pasta alla salsiccia e birra e soprattutto esta de puta madre, ça va mon frere?
Il nostro ragazzino colombiano ci lascia oggi e tra poche ore Ej sarà a Parigi e gli darà il cambio. Ej conosciuta virtualmente durante il suo erasmus parallelo al mio, la prima persona per me a dare una vera rappresentazione al termine empatia. Cinque anni per incontrarci.
Oggi ho gambe nude al sole di questa città per una primavera che zoppica ma sta arrivando e che riempie la mia anima di aspettative e la mia agenda di cose da fare e persone da vedere. Aprile è tanto intenso quando doveva essere, Maggio sussurra promesse. Sai, ci vorrebbe proprio un weekend così. La ruota del mio essere sta girando e io sono consapevolmente alla ricerca di pezzettini di me in giro per il mondo con nessuna voglia di completare il puzzle.

“Ma quel’è la meta?” chiesi “cosa sogna un monaco come te?” e per la prima volta sentii quella parola.
“Il satori
“Che vuol dire?”
“Un attimo di grande chiarezza. L’attimo in cui sei al di sopra di tutto.”
“Un attimo. E tu nemmeno per un attimo ci sei arrivato?”
Disse di no ed era come ammettere una grande sconfitta.

Tiziano Terzani – Un indovino mi disse

It’s the end of the world as we know it ?

Matteo mi aveva detto non si scaccia il dolore con un altro dolore. Carole mi scrive farà male. Le rispondo solo lo spero.
Per la prima volta nella mia vita non ho mani a stringermi, non ho mani da stringere.
La paura mi fa girare a vuoto per chatelet prima di abbandonare il campo una prima volta per poca fiducia. Al ritorno decido di cambiare metro, decido di camminare. E quando intenta a giocare col cellulare sbatto letteralmente contro alla bancarella di un piercer, capisco che è un segno e che deve essere ora. E so che basta quella frase per avere la certezza di non poter tornare indietro. Voglio farlo. Il tipo al bancone mi guarda e ride, maintenant ou tout de suite? Il ragazzo colombiano che mi fora parla francese con un forte accento sudamericano, nessun dolore, solo la bellissima sensazione dell’ago che fora la pelle e che solo chi ha fatto fori con l’ago può veramente capire. Nessun dolore, sai dipende dalla bravura del piercer. E’ un foro simbolico, segno di qualcosa che evolve e che cambia. Lo spiego al ragazzo colombiano che mi guarda e ride. Quindi questo è il tuo regalo per aver cambiato vita? Sì, credo proprio che sia così..

Isabella dice amo chi mi ama e cerco di non odiare chi mi odia. Dice sono viva grazie a chi mi ama. Dice sono più forte grazie a chi mi odia. Isabella è un mio simbolo di Parigi, insieme a Miller. Miller di una Parigi culla artificiale di drammi che nascono altrove. Parigi mi sorride e mi strizza l’occhio. Parigi stronza. Ti chiedo tanto, mi dice, ma ti do molto in cambio.
Forerò nuovamente la cartilagine per provare quel dolore istantaneo e bellissimo. Forerò la pelle e l’adornerò di acciaio per avere una piccola creatura appena nata di cui prendermi cura. Nuria Monfort era consapevole quando prese quel treno. Io replico me stessa nell’umiliazione che porta alla consapevolezza. Nonostante mi renda conto non riesco ad essere diversa da come sono. Stamattina A. lascia la finestra aperta e mi fa ascoltare il suo ipod. Parigi illuminata dal sole, rara ma bellissima.
M. viene a Parigi solo se mi trasferisco a vivere con lui. Gli dico ok.
Una scommessa da 72 ore. Ti prometto che sarà molto di più. Un grattaschiena in palio val bene lo sforzo. Sto per tornare a casa. Non fisica ma metafisica, basta l’ambiente per creare casa. E, ovviamente, della buona birra.

Yaya’s Chaotic Soul

Piccola fata dai capelli tinti di rosso. Yaya e Sere, due lati diversi della stessa medaglia, due bimbe dai tratti simili e diverse personalità. Vivo a Parigi, tra baguette e pains au chocolat. In perenne movimento perchè ferma non so stare.Drogata di Pucca. Occhi scuri, un piercing al labbro e un tatuaggio alla caviglia. Voglia di libertà. Candele profumate e incensi, thè e tisane, tanto trucco negli occhi e bolle di sapone.

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