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I francesi amano l’italia ma pensano che gli italiani siano un po’ stronzi perchè nei negozi fanno finta di non capire e non fanno nessuno sforzo. Ho fatto notare che noi pensiamo la stessa cosa di loro ma hanno detto che non è vero, che i francesi si sforzano un sacco.
La guadalupe è obbligata per legge ad esportare le banane solo nella francia metropolitana. La francia metropolitana però ha deciso che non vuole le banane della guadalupe e preferisce comprarle da altre parti. In guadalupe sono sommersi di banane.
Il formaggio è ovunque, qualsiasi piatto che si legge su qualsiasi menù sarà inevitabilmente ed irrimediabilmente sommerso nel formaggio.
In rue des lombards c’è un pub con concerti rock tutte le sere. La birra è cara. Non specificatamente lì, è cara ovunque a quanto pare. Deve essere un motivo per cui a Budapest dove la birra costava un euro e mezzo i francesi erano perennemente ubriachi (come tutta la gente dello sziget, del resto)
La mia azienda per far fronte alla crisi ci porta tutti a sciare. D’altronde bisogna far girare l’economia.
Domani vado a una festa in maschera e devo inventarmi qualcosa da indossare.
I francesi capiscono l’ironia e il sarcasmo. E sono perennemente ironici e sarcastici. Al limite della cattiveria. Questa cosa mi piace tantissimo.
Sono andata a denfert a fare la tessera del metro. Nonostante lo sportello fosse chiuso da un’ora, l’addetto mi ha fatto entrare. Quando ha visto che non avevo con me nè l’atto di abitazione a parigi nè il contratto di lavoro, mi ha detto dispiaciutissimo di non potermela fare, mi ha chiesto scusa due o tre volte, tanto che gli ho dovuto ripetere che non c’era problema, che passavo da lì per caso e non pensavo di trovare nessuno. Sono tornata stamattina al sorgere del sole col mio contratto in borsa. L’addetta mi ha fatto la tessera senza chiedermi nessun documento.
I consulenti BW sono alti. E’ uno dei criteri di selezione.
Ho fatto una riunione aziendale di stampo americano. Mega tebleau al muro dove bisognava attaccare post-it di colori diversi in base al tipo di messaggio. Le sala riunioni è tappezzata di post-it colorati. Una figata.
Se dici una parola esistente ma sbagli l’accento, la gente non capisce. Ieri ho detto “è un’azienda tipo accènture” e la gente mi ha guardato sbalordita dicendo “non conosciamo questa azienda”. Allora ho provato con “tipo accentùre” e loro si solo illuminati “ah sì accentùre”. Mhà.
Ieri ero a cena con cinque colleghi francesi a chatelet. Ero l’unica a sapere che la chiesa dietro è Saint Eustache.
I parigini non esistono. Ma questo già si sapeva.
Nella mia sede principale e dal cliente il caffè è gratis, c’è la macchinetta e le cialdine. Nonostante sia automatica riescono ugualmente a fare dei caffettoni brodosi. La cosa più inquientante è che la cialdina del latte per macchiare il caffè si chiama “bevanda bianca”.
Se un ragazzo entra in una stanza, non importa quanta gente ci sia dentro, deve dare uno alla volta la mano a tutti i ragazzi “fare la bise” a tutte le ragazze. Come si debba comportare una ragazza, ancora non l’ho capito.
Girare per strada, annusare l’aria, riconoscere gli odori, la bancarella dei gauffres, il pescivendolo sotto casa, vedere le luci delle insegne rientrando a casa di notte, girare l’angolo di una stradina del centro e vedere uno scorcio inaspettato del sacrocuore illuminato sono cose difficilmente spiegabili a parole.
Il mio vicino di pc fa roteare la penna sul dito. Era un gesto che avevo scordato, deve essere genetico: i brasiliani ballano bene, i francesi sanno far roteare la penna sul dito.
Il legno del parquet scricchiola la mattina. Dovrei dormire di più, questo è certo.
In 20 minuti di metro sono dall’altra parte della città. Il tempo è diverso. Quello metereologico da casa al lavoro cambia. Quello che scandisce il passare dei minuti, invece, è diverso qua dal resto del mondo. Passano ore che sembrano minuti, passano ore che sembrano non finire mai.
Perdo la concezione di quello che la gente dice quando non interpella me direttamente. Il mio traduttore automatico entra in funzione solo quando la gente mi parla e mi estraneo dal mondo quando sono fuori dai discorsi. La gente mi guarda inebetita e ci metto sempre qualche secondo a capire che il discorso a voce alta riguardava me, riguardava qualcosa che in teoria avrebbe dovuto farmi ridere. Sorrido di circostanza senza ammettere che il mio cervello se ne stava allegramente andando a peripatetiche.
Inverto la a e la q, la w e la z. Però le inverto su un pc decisamente cool.
Mangio patè di maiale e lardo spalmati su pane nero. Come abbia fatto a vivere senza aver mai mangiato patè di maiale è una cosa che non riesco a concepire. Il mio capo affonda il polpastrello nel cioccolato fuso del moelleux au chocolat e solo per questo vince duecento punti.
A Parigi pare sia impossibile stare a dieta così salgo sulla metro a fermate sbagliate per concerdermi qualche minuto a piedi. Sulla 4 a mezzanotteemezza c’è più gente che alle 9 di mattina. Il codice della porta, mi sembra di conoscerlo da sempre. Respiro odore di casa. E realizzo quasi stupita che, no, quello che vedo dalla finestra non è affatto male.

Le mie valige pesavano in tutto 36 kg. Potevo aggiungere altri quattro chili di frivolezze. La signorina al checkin mi sorride. Puoi usarli al ritorno. Ma io non ritorno…
Vivo a Parigi.
Vivo in una camera con un camino finto e una serie di alcolici dentro. Mi sento già a casa.
Vivo al secondo piano e la finestra della mia camera da su una piazzetta deserta. C’è pace. E so che solo pochi metri più in là passa Parigi. Guardo le valige sperando che si disfino da sole. Basta un poco di zucchero e tetti dalla mia finestra ricordano un pò un cartone della disney.
Non sono sicura che fosse davvero il momento giusto. Per partire dico. Ma ormai sono qua e la festa deve cominciare. E spero che non finirà mai il tempo di fiancheggiare la senna.
Ho spento la macchina in garage con un sussulto sapendo che per un pò non la userò. Dal finestrino del treno ho visto una lepre che correva per i campi. L’ho preso come un segno.
C’è voluta una notte intera per fare il defrag del pc. Ho provato a defraggare anche il cuore ma il sistema è andato in crash. Anche io sto andando in crash.
Per ora ho solo una gran voglia di essere su quel treno prima e su quell’aereo poi e mandare tutto a fanculo.
“chi non è in grado di cogliere dentro di sè la piccolezza delle grandi cose avrà molta difficoltà a cogliere la grandezza delle piccole cose negli altri”
Okakura Kakuzo – Il libro del tè
Sono tornata a casa dei miei e ho trovato la mia stanza cambiata. Per un attimo ho pensato ad aranciameccanica. Giusto il tempo di realizzare che questa sarà la mia ultima notte qui da citadina italiana, che domani sarà l’ultima notte a bologna, che venerdì sarà la prima notte a parigi. Alla gente che mi chiede come stai riesco solo a rispondere stanca. Rispondo non vedo l’ora di essere su quel treno e fanculo se nella valigia sono riuscita ad infilare dentro tutto. No, non credo di aver del tutto realizzato. E non credo realizzerò appieno nemmeno la prossima settimana. Ci vorrà del tempo. Said woman take it slow It’ll work itself out fine All we need is just a little patience.
Ho visto un pulsante per chiamare un ascensore verso il nulla, ennesimo simbolo di qualcosa di strano, ennesima perla grottesca, ennesima dimostrazione di quanto sia puttana il destino, ce destin que se moque bien de nous, il ne nous donne rien mais il nous promet tout. E allora riapriamo quella gabbia di chimere rosa, lasciamole volare via ancora una volta che quello è il loro destino.
Io ho una casa a Parigi.
E tra poche ore comincerò a viverla.
Jules et Jim. E mi ricordi Catherine ma non la Deneuve.
Chacun pour soi est reparti. Dans l’tourbillon de la vie.
Chiamiamole contingenze. E ancora non sono sicura che non sarà. E ancora so che. Sarebbe. E una lettura dell’anima: sapevo che sarebbe stata una telefonata così, sapevo che saresti stata triste, hai chiamato alle 19. Le telefonate allegre si fanno dopo mezzanotte…








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